Yoga e Amore

«Yoga è conoscenza profonda di se stessi, una conoscenza finalizzata a gestire al meglio la nostra vita, per poterla godere pienamente in tutti i suoi aspetti.

[…]Per dare concretezza ai nostri ragionamenti mi riferisco all’hatha yoga, fondato sulla filosofia tantrica, dove corpo, pranâ e mente sono coinvolti sinergicamente in ogni pratica.»

(di Francesca Bonsignori)

Yoga è conoscenza profonda di se stessi, una conoscenza finalizzata a gestire al meglio la nostra vita, per poterla godere pienamente in tutti i suoi aspetti. In particolare, nella visione tantrica è fondamentale quanto avviene nelle azioni concrete della quotidianità, dai pensieri, all’umore, alla salute. Armonizzare il rapporto con noi stessi e con il mondo nel vissuto di ogni giorno e ogni momento è quanto di meglio possiamo ottenere con lo yoga. Il livello del nostro benessere e felicità, quanto ci avviciniamo ad una condizione di armonia psicofisica, misura inequivocabilmente quanto conosciamo e sappiamo mettere in pratica lo yoga, ben oltre che nel fare soltanto degli esercizi su un tappetino.

Lascio da parte le forme ascetiche di yoga, fondate sulla mortificazione del corpo e della vitalità in favore di una vaga finalità spirituale che, ammesso che conducano realmente allo spirito, sono ben lontane dalla vita di gran parte di noi. Per dare concretezza ai nostri ragionamenti mi riferisco all’hatha yoga, fondato sulla filosofia tantrica, dove corpo, pranâ e mente sono coinvolti sinergicamente in ogni pratica. 

Analizzando in profondità le cose, emerge come tutte le forme di yoga considerino centrale la capacità di interagire con il piano emotivo in tutte le sue manifestazioni. Le forme ascetiche, mirando ad un simile scopo, impiegano il silenziamento o addirittura la soppressione delle componenti emotive.

Nell’hatha yoga si parla di controllo: sono infatti le disarmonie emotive che ci inducono a comportamenti nocivi per la salute corporea e per l’equilibrio psichico.

Quando mangiamo male, scegliamo stili di vita impropri, ci soffermiamo su pensieri distonici, effettuiamo delle scelte come banalmente guardare programmi che ci destabilizzano, è sempre preceduta una compulsione avvenuta sul piano emotivo.

Talvolta mentre stiamo agendo una parte di noi sa di sbagliare ma non può fare a meno di persistere nell’azione come se fosse guidata da altro che da noi stessi.

Dal momento che l’amore è l’emozione più forte che caratterizza la vita di tutti, possiamo affermare che yoga è gestire la regina delle emozioni: l’amore. Si parla dunque di hatha yoga come lo yoga degli eroi, e penso non vi siano dubbi sul fatto che cimentarsi con una potenza così grande come quella dell’amore sia proprio una faccenda eroica e che dunque lo yoga ci renda degli eroi.

D’altra parte lo yoga è un cammino arduo, a partire dalla comprensione di noi stessi, che richiede di abbandonare schemi, valori, e modalità usuali di considerare le cose.

La forza dello yoga non ha nulla a che vedere con la forza muscolare proveniente dall’allenamento da palestra, parliamo di ben altro.

Questi principi comprendono ogni valenza che vogliamo dare alla parola amore, da un coinvolgimento passionale verso una persona, un’attività, un progetto, verso lo yoga stesso che appassiona molti di noi. Ma anche amore per noi stessi.

Per procedere nel processo di comprensione è necessario prima di tutto chiarire che controllare un’emozione non vuol dire escludere un piacere dalla nostra esistenza. Teniamo conto del detto ogni piacere dura poco, e aggiungerei che il più delle volte l’esperienza di un coinvolgimento è dalle stelle alle stalle, e le stalle sono tanto più opprimenti quanto più ci in alto siamo andati, e siamo stati vicini alle stelle. Tanto più elevato è il livello di coinvolgimento passivo, tanto più sgradevole sarà il risveglio.

Nella vita ordinaria non sospetteremmo che tutto ciò possa essere anche un processo attivo. Sapersi appassionare, innamorare, godere di quanto la vita ci offre per uno yogin è una pratica attiva, che non parte dal farsi attrarre magneticamente da un qualcosa che ci fa innamorare bensì da un’azione di innamoramento.

Naturalmente la prima situazione è quella usuale, direi la sola concepibile per molti. Tant’è che in inglese innamorarsi si traduce come to fall in love, letteralmente cadere innamorati. La condizione attiva è quella che non soltanto non ci fa pagare il conto pesante che il “cadere innamorati” ci presenta, ma è anche quella opportunità che ci può portare a godere pienamente l’esperienza immensa e totalmente appagante dell’amore.

Un principio analogo lo troviamo rispetto al piacere per il cibo, un aspetto centrale per la nostra vita, assolutamente importante da gustare con equilibrio. Mangiare non è solo nutrimento, ma è un’attività basilare che coinvolge il nostro insieme psicofisico, che è necessario appagare e coccolare pienamente. L’amore per il cibo è essenziale per la salute a 360°.

Per ottenere il massimo dell’appagamento è importante come si mangia e non solo cosa mangiare. Anche in questo caso essere attivi e presenti porta ad equilibrio ed appagamento, mentre i nostri avversari sono la compulsività verso il cibo, così come le regole ferree che ci costringono a restrizioni o regimi di varia natura, relegandoci a comportamenti alimentari che non gratificano e che non è detto siano del tutto salutari.

Tutte le religioni impongono regole alimentari, in quanto la via del controllo e dell’equilibrio è la più difficile, riservata agli yogin che non necessitano di regole.

Allo stesso modo vengono imposte regole riguardanti l’amore e la sessualità, intese come forze ancor più difficili da gestire. La loro gestione richiederebbe di controllare delle prorompenti parti emotive, operazione già difficile per uno yogin, impossibile al di fuori dello yoga.

Questo aspetto è particolarmente approfondito dal Tantra, molto conosciuto come termine, ma solitamente male interpretato. L’obiettivo del Tantra è rimanere lucidi ed evitare il coinvolgimento nell’atto sessuale, pertanto trattasi di uno stato psichico molto arduo da raggiungere. Riuscire a mantenersi al di sopra dell’emotivo è qualcosa da gestire molto prima dell’emissione del seme, e comunque non riguarda la parte fisiologica, che è naturale portare fino in fondo, tanto al maschile che al femminile, quanto lo stato emotivo e mentale.

In definitiva, l’amore in relazione allo yoga rientra nell’ambito del prânâyâmâ (gestione del pranâ), dove l’amore è una forma di pranâ ben più potente delle altre.

Arrivare a tanto equivale a trovare la chiave per vivere la propria vita in piena felicità, piacere, benessere.

Le modalità pratiche sono diverse. La prima, la più importante, è la comprensione di come stanno le cose.

Arco – Dhanurasana

La posizione dell’Arco è una posizione potente che agisce a livello fisico, pranico, mentale, spirituale e terapeutico. Inizialmente è sufficiente praticarla anche solo in fase dinamica per ottenerne incredibili benefici, ma il massimo si raggiunge quando la si padroneggia e si riesce a tenere senza sforzo anche per varie decine di minuti.

Azione a livello fisico

L’Arco agisce potentemente sugli organi addominali. Nella fase dinamica, si effettua un vero e proprio massaggio dell’addome che rivitalizza l’intera zona, riscaldandola e rilassandola.

Nella posizione statica finale si attua una forte compressione intra-addominale che “strizza” gli organi ivi contenuti come una spugna, espellendo il sangue venoso e rimandandolo verso il cuore. Questa azione non solo consente di eliminare il sangue oramai depauperato di ossigeno, ma anche di “sgonfiare” gli organi stessi, facendo ritrovare ad essi, la propria forma originale e contribuendo a diminuire od eliminare la ptosi.

Una volta rilasciata la posizione, quegli stessi organi si andranno a riempire di sangue arterioso fresco, che li rivitalizzerà.

Azione a livello pranico

Rimanendo nella posizione in fase statica e continuando a respirarvi profondamente, si andrà a stimolare l’afflusso pranico in quella zona, che tenderà immediatamente a riscaldarsi e vitalizzarsi.

Questo farà aumentare tapas, il fuoco pranico interno che potenzierà la quantità di vitalità (Virya) contenuta in noi, contribuendo a far divenire il soggetto sempre più forte, potente e carismatico, tale da suscitare in chi lo circonda, un senso di rispetto.

Quanto più il praticante rimarrà in fase statica, respirando profondamente, tanto più diverrà potente, cioè ricco e ridondante di Prana-Shakti, la Potenza Pranica cosmica.

Azione a livello mentale

La posizione dell’Arco contiene in sé l’archetipo del guerriero (Virat) e, dunque, contribuisce a sviluppare quella parte marziale della mente che chiamiamo la volontà (Iccha).

Lo stesso sforzo fisico deve essere sostenuto tramite una forte e ferma volontà mentale, senza la quale il praticante cederebbe molto prima di quanto potrebbe.

Azione a livello spirituale

Il personaggio centrale della Bagavad-Gîtâ è Arjiuna, l’Arciere, il prototipo dell’uomo che va realizzandosi. Di conseguenza questa posizione contiene l’Archetipo della realizzazione più elevata che si realizza quando la freccia (della mente) raggiunge il suo bersaglio (il cuore), realizzando l’intuizione superiore.

E questa posizione, nel mentre la attuiamo con l’intento rivolto a questo fine, contribuisce a farci realizzare la nostra natura più profonda.

Azione a livello terapeutico

Questa posizione fa aumentare considerevolmente Agni, il fuoco digestivo che permette: di metabolizzare Ama, le tossine accumulate nei vari organi e tessuti, di migliorare la capacità digestiva, di aumentare la resistenza e la reattività alle malattie e, non ultimo, di digerire ogni forma di stress e tensioni mentali ed emotive provenienti dall’esterno.

Per ottenere tutto questo, si richiede una pratica più intensa dell’ordinario, dell’ordine di almeno 15 minuti.

Tecnica

Posizione di Partenza:

Distesi sull’addome, fronte a terra, braccia lungo il corpo con il dorso a terra, gambe e piedi vicini.

Rilassarsi profondamente, poi portare l’attenzione sul respiro, equilibrandolo tra inspirazione ed espirazione. Ampliarlo progressivamente, sentendolo spingere nell’addome e nella pancia. Massaggiarsi i visceri e gli organi interni tramite questo respiro addominale. Aumentarne progressivamente l’intensità e la potenza, mantenendo comunque un respiro calmo e profondo, sino ad arrivare a traspirare. Identificarsi completamente con il respiro.

Fase dinamica:

A questo punto, flettere e sollevare le gambe, portandole verso la nuca, in modo da permettere alle mani di afferrare le caviglie.

Inspirando, tiriamo le gambe con le braccia, facendole sollevare (foto 2).

Effettuiamo tre respiri profondi, poi, trattenendo, iniziamo a dondolare il corpo in avanti ed indietro, effettuando un profondo massaggio dell’addome (foto 3-4). Torniamo in fase statica e, volendo, dopo aver effettuato tre respiri intensi, possiamo ripetere una o più volte il movimento.

Presa della Posizione:

Rimaniamo nella posizione, migliorandola ad ogni respiro, tirando progressivamente con le braccia ed allentando le articolazioni coxo-femorali (foto 5).

Respiriamo intensamente, aumentando progressivamente in una prima fase la sola inspirazione, ed in una seconda anche l’espirazione.

Introduciamo, poi, al termine dell’inspirazione, dei momenti di sospensione a pieno, che cureremo di intensificare progressivamente, sino a raggiungere il massimo delle nostre possibilità, compatibile con il mantenimento di una espirazione agiata. Durante questa fase andiamo a migliorare la nostra forza e la nostra potenza.

A questo punto, se ci è possibile, introduciamo al termine dell’espirazione anche dei momenti di sospensione a vuoto, durante i quali cercheremo di intensificare e migliorare la posizione.

Manteniamo la posizione per almeno 3 minuti, con l’obbiettivo di raggiungere nel tempo i 10-15 minuti. In ogni caso, non arriviamo mai a stancarci, cioè al punto da alterare significativamente il nostro respiro o il nostro battito cardiaco. Se ancora non siamo in grado di mantenere nemmeno i 3 minuti, allora, torniamo a terra ed effettuiamo l’esercizio una seconda o, se è il caso, una terza volta.

Ritorno dalla Posizione:

Torniamo lentamente verso terra, effettuando un’espirazione particolarmente lenta, che duri almeno due volte l’espirazione che abbiamo utilizzata nella posizione, meglio se ancora più lunga.

Ci distendiamo sull’addome (foto 6), nella posizione del Coccodrillo (Makarasana), portando i gomiti in avanti ed incrociando i polsi sotto la fronte, divaricando le gambe ed i piedi, con i malleoli interni che poggiano a terra.

Abbandoniamoci completamente alle sensazioni residue, lasciando che la nostra intelligenza del corpo “digerisca” quanto effettuato. Il respiro è spontaneo e leggero. La mente vigile è neutra e distaccata, in quanto tutto deve essere gestito dalla mente corporea.

Quando sentiamo di aver metabolizzato il tutto, effettuiamo una profonda ispirazione, tratteniamo a lungo a pieno, poi, effettuando un intenso sospiro, ci apriamo all’esterno, ritrovando la posizione seduta a gambe incrociate (Sukhasana) (foto 7).

Rimaniamo ad occhi aperti, gustando gli effetti residui che continuano a manifestarsi in noi, senza giudicare, né interpretare quanto sta avvenendo, ma, semplicemente, vivendo le sensazioni.

Roberto Laurenzi

Cobra – Bujangasana

Tecnica

Posizione di partenza:

Ci distendiamo proni, con le braccia lungo il corpo. Gambe unite, piedi uniti. Rilassiamo tutto il corpo, cercando di eliminare ogni tensione parassita. Abbandoniamoci completamente alla posizione, cercando di sentire la pesantezza del corpo, in modo da rilasciare l’intero apparato muscolare. Portiamo la nostra attenzione sulle zone ancora tese, in modo da neutralizzarle.

Portiamo ora la nostra attenzione sulle articolazioni, decontraendole. In particolar modo curiamo le articolazioni coxo-femorali e quelle del cingolo scapolare.

Percorriamo mentalmente più volte la nostra colonna, dal basso in alto e dall’alto in basso, cercando di percepire ogni vertebra, allentandone le tensioni muscolari, anche attraverso l’espiro.

Una volta ottenuto lo stato di rilasciamento ottimale, concentriamoci sulla respirazione, equilibrandola e rendendola spontanea e naturale.

Quando il flusso respiratorio si è stabilizzato, andiamo progressivamente ad aumentarlo, eventualmente utilizzando l’ujjayi.

Quindi facciamo scorrere mentalmente questo respiro potenziato lungo la colonna (cervicali comprese). Successivamente portiamolo alle articolazioni coxo-femorali.

Presa della posizione:

Portiamo i gomiti a terra, all’altezza delle spalle.

Inspirando, ci solleviamo da terra, inarcando la colonna, e solleviamo il tronco e la testa, senza arrivare al nostro massimo.

Espirando, torniamo lentamente a terra, con lo stesso tempo dell’inspirazione.

Effettuiamo più volte questo movimento dinamico.

Quindi stringiamo i gomiti, poggiandoli a terra sotto le spalle, e rimaniamo in fase statica, nella posizione della Sfinge.

Curiamo di inarcare il più possibile la colonna all’altezza delle scapole. Tiriamo indietro il mento, facendolo poggiare sulla gola, e cerchiamo di tirare indietro il più possibile il collo, cercando di portare il viso in posizione frontale (perché, tendenzialmente, tende a guardare verso il basso, in conseguenza di scarsa mobilità tra le scapole).

Respiriamo profondamente, cercando con ogni respiro di mobilizzare al meglio la colonna, soprattutto a livello scapolare e della settima cervicale. Allentiamo le tensioni nella parte anteriore del collo, liberando le clavicole.

Con una profonda e lenta espirazione, torniamo a terra, rilasciandoci per alcune respirazioni.

Portiamo le mani a terra, collocandole all’altezza delle spalle, effettuando più volte il medesimo movimento sopra descritto. In fase statica, respiriamo profondamente, inarcando sempre meglio la colonna ad ogni respiro. Quindi torniamo a terra, rilasciandoci per alcune respirazioni.

Portiamo, ora, le mani all’altezza delle costole fluttuani (se siamo molto sciolti, al’altezza della vita) e ripetiamo alcune volte la fase dinamica.

Dopo cinque o sei movimenti dinamici, raggiungiamo la fase statica, rimanendo nella posizione finale.

Facciamo scorrere più volte il respiro lungo la colonna, migliorando ogni volta la posizione.

Concentriamoci ora nel petto. Portiamoci il respiro, facendovelo espandere. Il respiro diviene sempre più intenso e ci porta ad espandere progressivamente il torace in avanti. Contemporaneamente andiamo ad allentare le tensioni intercostali ed il nostro torace diviene sempre più sciolto e mobile.

Portiamo, ora, la nostra attenzione respiratoria tra le scapole, inviandovi una sempre maggiore quantità di aria ad ogni respiro, inarcando sempre più questa zona.

Spostiamo, la nostra attenzione all’interno dello spazio tra le sopracciglia, e respiriamovi con sempre maggiore intensità, sino a raggiungere uno stato di euforia.

Abbandoniamo momentaneamente il respiro controllato, lasciandolo alla spontaneità conquistata, ed andiamo a controllare e rilasciare ogni tensione corporea, concentrandoci soprattutto: sui glutei, sugli sfinteri, sulle gambe, rilasciando al massimo ognuna di queste parti.

Pratica di potenza:

Torniamo, ora, a concentrarci sul respiro, amplificandolo progressivamente.

Raggiunto il massimo respiro equilibrato, immaginiamo che l’aria che entra in noi sia permeata di luce.

Seguiamone mentalmente il percorso lungo le narici, sino ai sinus frontali, dietro le sopracciglia, ed assorbiamo in questa zona questa Potenza Luminosa (Prakasha Shakti), sino a sentire che emettiamo luce dal Terzo Occhio.

A questo punto, continuando a percepire la luminosità tra le sopracciglia, conduciamo il respiro permeato di luce nei polmoni, riempiendoli anch’essi di Potenza Luminosa, sino a sentire che questa si espande al centro del petto, irradiandosi verso l’esterno.

Mantenendo anche questa seconda percezione, portiamo il respiro permeato di Potenza Luminosa lungo tutta la colonna, sino a che anch’essa sia interamente imbevuta ed irraggi luminosità.

Distacchiamoci dall’attenzione sul respiro, che continuerà spontaneamente, e concentriamoci sulle tre zone che stanno irradiando Potenza Luminosa, realizzando entro di noi l’espressione vivente di questa Potenza.

Stacchiamoci anche da questa attenzione, preparandoci ad abbandonare la posizione. Queste tre zone continueranno, comunque, ad irraggiare luminosità spontaneamente, ancora per parecchio tempo.

EFOA International

Uscita dalla posizione:

Solleviamo il mento, inarcando il capo all’indietro e, contemporaneamente, solleviamo le gambe alla verticale, flettendo le ginocchia, che rimangono saldamente a terra. Rimaniamo in questa posizione per alcune respirazioni. Poi riportiamo le gambe a terra, rilasciandole, e facciamo scendere la testa, lasciando che prenda la sua posizione naturale per la nostra conformazione strutturale.

Quindi, portiamo la nostra attenzione sulle mani e sulla forza con cui poggiano a terra. Sostenendoci adeguatamente, effettuiamo una profonda inspirazione, tratteniamo a lungo e, espirando lungamente, torniamo a terra con estrema lentezza, abbandonandoci completamente.

Allunghiamo le braccia oltre la testa, fronte poggiata a terra, nella posizione della Prosternazione, e lasciamo andare alla pesantezza, abbandonando ogni tensione, ogni attenzione, ogni pensiero, lasciando che l’Intelligenza del Corpo metabolizzi quanto effettuato. Rimaniamo in questo stato di torpore, il tempo che riteniamo necessario.

Poi, lentamente, ci portiamo in posizione Seduta (Sukhasana).

Qui riviviamo le sensazioni residue, godendo del riverbero luminoso delle tre zone che ancora andrà manifestandosi.

Rimaniamo in questa condizione tutto il tempo che riteniamo gradevole, quindi effettuiamo una profonda inspirazione, tratteniamo a lungo, e, tramite un profondo, intenso e liberatorio sospiro, ci apriamo all’esterno.

Roberto Laurenzi

IN CONTINUA EVOLUZIONE

di Laura Bonomini

E’ appena terminata l’annualità di Pranayama in cui abbiamo imparato a governare e guidare il nostro respiro e la nostra forza vitale nel corpo. Attraverso volontà e intenzione mentale, il soffio del respiro, impregnato di Prana, ci purifica e cambia il nostro stato psico-fisico.

Grazie alle tecniche di Pranayama, ho potuto riscoprire quello che il bambino, negli anni della prima infanzia, sperimenta e vive ogni giorno: la sua carica vitale gli permette di mantenere una mente sveglia, attiva, pronta ad apprendere e a conoscere il mondo. E della sua conoscenza fa tesoro.

Ritornare in un certo senso bambina, ma con una mente da adulta, mi ha permesso di trovare un significato più profondo riguardo al mio percorso di studio dello Yoga in Efoa.

Françoise mi ha aperto un mondo, il mondo del mio io.

Ho ancora tantissimo da scoprire ed è incredibile come kapalabhati dopo kaphalabati, dhauti dopo dhauti, bandha dopo bandha, nadi sodhana, bastrika … io non mi stanchi mai di osservare e di annotare nella mente quello che mi succede di volta in volta.

E’ un cammino evolutivo che non finirà mai, in cui si aprono ogni giorno nuove frontiere: tutte le esperienze mi lasciano una sensazione di libertà, libertà dalla gabbia dei condizionamenti, dalle approvazioni che ricercavo dagli altri, dall’illusione dei successi che pensavo di meritare, dagli affetti che supplicavo e che non ottenevo … davvero non immaginavo!

E pensare che mi sono avvicinata allo yoga con la semplice aspettativa di lenire i miei disturbi fisici!!

Ora assaporo, senza quella fretta che mi caratterizzava, il momento, la lentezza, la pace la tranquillità. Mi sveglio col sorriso e con l’entusiasmo. Mi sono anche domandata: “ma dov’ero prima ? , dove sono stata tutti questi anni? cosa rincorrevo?“ Arrivata a questo punto non mi interessa più quello che ero: l’importante è che io sia qui, ora, in questo preciso istante.

Lo Yoga della Potenza

La filosofia alla quale si ispira la nostra scuola dell’Efoa è quella del Tantra (ne sto leggendo alcuni libri e non riesco ad ultimarli, perché non voglio… credo… a questo punto; quindi torno sempre indietro a riappropriarmi di alcuni tesori e a riflettere su alcuni passi, per crearmi una scusa e non completarli mai!!)

La parola sanscrita Tantra è composta dalla radice Tan (estendere, espandere) e il suffisso Tra (trama, tessuto). Il significato del termine è quindi quello di espandere una trama, un tessuto ovvero la nostra coscienza umana, individuale, che si ricongiunge con la coscienza universale.

Noi apparteniamo all’Universo, non abbiamo ricordi in merito a vite precedenti e non vi è alcuna certezza sull’aldilà.

Françoise cita spesso a questo proposito la famosa frase di Socrate “so di non sapere”. Meglio non farsi illusioni, meglio vivere nel presente, perché possiamo facilmente verificare che questa nostra manifestazione umana ha in sé tutta la potenza del divino che l’ha generata (ogni nostra cellula ha le caratteristiche di un piccolo mondo!).

Un gioco della Vita nell’Universo

In realtà potremmo considerarci come un gioco della Vita dell’universo, che a un certo punto (per una ragione che ignoriamo) ha deciso di identificarci in una forma terrestre, e quando il nostro ciclo sarà terminato, ritorneremo a far parte del Tutto, di nuovo anonimi e probabilmente inconsapevoli.

Questa Entità che gestisce il gioco dell’Universo, con caratteristiche divine, era chiamata da André van Lysebeth “il grande architetto”. Definizione più che azzeccata.

L’idea di ritornare nella ciclicità della Vita dell’Universo, al termine della mia Vita terrena, mi tranquillizza moltissimo.

Da questo semplice pensiero si evince che, poiché faccio parte di qualcosa di più grande di me e in me si rispecchiano qualità di natura divina, ho il dovere di portare avanti il progetto della Vita che mi è stata affidata e devo farlo nel migliore dei modi.

Essendo legati al Tutto ogni nostra azione avrà un riflesso sul Tutto, anche ad enormi distanze, proprio come un disturbo che si manifesta in una parte anche piccola e periferica del nostro corpo e che si ripercuote inesorabilmente sull’intero benessere psico-fisico.

Nel nostro microcosmo, l’Essere Supremo e creatore è la mente. Il corpo è il supporto della mente; le permette di trasformare i suoi pensieri in azioni: quindi il corpo deve diventare il tempio della mente, che rispecchia il divino in noi .

Ricollegandoci allo Yoga, è facile trovare il vero significato degli Asana: questi diventano un allenamento, una palestra di vita in grado di farci riscoprire il nostro vero potenziale e farlo riportare nella realtà di tutti i giorni, in ogni singolo gesto.

In questo nostro passaggio sulla Terra tenteremo di realizzare Purna, la completezza, caratteristica propria dell’aldilà, dato che in noi alberga tutta la potenza del divino che ci ha creati .

La prima sequenza dello Yoga della Potenza

Durante la prima lezione di Asana abbiamo sperimentato la possibilità di attingere dalle forze cosmiche e terrestri un Prana puro e potente al tempo stesso, in grado di vitalizzare la nostra riserva pranica, contenuta nei Kanda principali dell’addome e del cuore (centro del torace).

Riconnettermi a Prana Shakti (la Potenza Creatrice) attraverso i Kanda, i punti Marma e le Nadi mi ha dato la sensazione concreta di aver acquisito grandezza e forza interiore.

Ho realizzato che la mia mente è in grado di immagazzinare il Prana dell’Universo quando ho avvertito i risultati, inizialmente sottoforma di grande calore localizzato nella sfera dell’addome e in seguito di un dolce tepore diffuso nella zona del petto.

Al termine della sequenza e per alcuni giorni una strana sensazione si è impadronita di me: la definirei come una forma di ardore, una spinta vitale che ha animato la mia quotidianità, l’ha resa “speciale”.

Probabilmente mi ci abituerò e quindi tutto sembrerà più normale, ma sono convinta che quando ci sintonizziamo con Prana Shakti emergono le nostre potenzialità latenti, inespresse, da tempo sopite nella profondità della nostra anima.

Con le sequenze dello Yoga della Potenza ci riapriamo, ritroviamo un rapporto di interscambio fra il nostro centro e le forze della natura, rimanendo consapevoli di essere individui unici ma, al tempo stesso, connessi all’intero Universo, dal quale veniamo e al quale ritorneremo.

La progressione nell’Arte della sequenza

Di Alessandra Romani

Così come nella natura vi è una progressione verso la perfezione, così nello yoga, necessariamente è previsto che il praticante attui un’avanzamento graduale, per raggiungere lo scopo prefisso: la liberazione finale.

In India il concetto di “Krama mukti” è quel cammino che in modo costante porta alla perfezione.

Tale filosofia si ritrova anche, nella “ronda delle esistenze” o Samsara, in cui l’individuo, attraverso varie vite, passa da un piano di esistenza o loka all’altro, a causa delle azioni compiute nelle vite anteriori.

Da tale progressione non è possibile fuggire a meno della liberazione: è probabile salire ad un grado più elevato e migliore di vita, per poi inesorabilmente ritrovarsi a scendere in una condizione peggiore.

Per il praticante, è impossibile raggiungere lo stato di Yoga immediatamente, poiché non è spesso alla sua portata, ma può essere perseguito volontariamente, solo attraverso passaggi progressivi: il “Krama”.

La stessa teoria del Karma, ovvero la progressione dei meriti e dei demeriti che l’uomo accumula durante l’esistenza, fa riferimento ad uno sviluppo che dalla vita attuale porterà verso la successiva Via dei Cieli (Deva-Yana) o verso la Via degli Inferi (Prithi-Yana).

Nelle classi ordinarie di Hatha-Yoga difficilmente si ritrova tale “progressione”, poiché ogni asana è staccato l’uno dall’altro; lo Yoga, diventa perciò una semplice ginnastica magari raffinata e che fa bene al corpo per poi giungere ad uno stato meditativo alla fine della sequenza.

In sostanza, in India, l’Hatha Yoga è considerato un mezzo per portare lo yogi ad essere un animale in buona salute per la meditazione perché quest’ultima assume un valore più elevato della parte fisica.

In Occidente, per quanto possiamo praticare tramite la presenza consapevole, Vidya, il risultato sarà sempre circoscritto rispetto alla fase Meditativa. Immettere il concetto di Krama in una seduta di Hatha yoga è mirare ad ottenere via via dei livelli di interiorizzazione sempre più elevati nell’ottica dell’unione del corpo alla mente.

Infatti, scivolando da un asana all’altro nel Krama-vidya, come senza accorgersene, si sviluppa di volta in volta una concentrazione molto elevata rispetto ad una semplice seduta Hatha yoga classico. Il risultato sarà quindi più potente di uno stato meditativo, poiché saranno coinvolti sia il corpo che il respiro ininterrottamente, in un sistema che si riunifica alla mente. Da uno stato di dispersione, Avidya o non consapevolezza, giungeremo quindi ad uno stato di Vidya o consapevolezza.

La non consapevolezza, in India, è causa di sofferenza e malattia e la soluzione di tutto ciò è comprendere e realizzare la Vidya nella nostra vita uscendo dall’ignoranza. Nell’asana si può affermare che per far ciò, occorre effettuare delle forme spaziali corporee guidate dall’interno e volute: qualitativamente diverse da quelle ordinarie ed esterne che assumiamo per schemi sociali od involontari. Ogni forma spaziale assume un valore diverso a seconda di come viene eseguita, realizzando un differente spazio interiore.

La mente cosciente vede e percepisce la posizione secondo un suo schema corporeo: con la progressione della pratica nella modalità “krama” ci sarà un approfondimento della consapevolezza a tal punto che la mente si unirà sempre più concretamente al corpo.

Le fasi fondamentali di una sequenza nell’ottica del Krama Vidya sono:

  • la presa di contatto: percezione sintetica del corpo e del respiro come punto di partenza e paragone alla fine della pratica;
  • le prime azioni: esercizi dinamici per percepire corpo e respiro;
  • la giusta misura: un concetto molto importante nel Krama che implica un dominio della propria natura più o meno competitiva;
  • il ritorno dall’asana assunto: senza perdere il controllo e senza creare una frattura nell’insieme del fluire della sequenza;
  • il passaggio fra una posizione e l’altra specialmente se speculare: lento e adeguato se la mente ha bisogno di riposarsi, se la posizione ha creato stanchezza, o disagio perché ha richiesto equilibrio, oppure come fase di digestione per osservare le sensazioni residue dell’asana;
  • aumento o diminuzione progressivo dell’intensità della consapevolezza e del respiro relativo alla realizzazione dell’esercizio: ad esempio in un esercizio di equilibrio sarà potenziata l’attenzione che permetterà di trovare una statica delle forze per restare immobili, bilanciando quindi il respiro a tal fine.

Tutto questo fluire armonico è Krama: un perenne divenire perfettamente ordinato tendente alla perfezione.

Nel krama-vidyâ ci si centra sulla posizione, come nell’hatha-yoga classico, ma, al momento di lasciare l’asana e di conseguenza le membra, l’attenzione e la concentrazione, ci si interiorizza ancora di più, entrando nella successiva posizione con un grado di raccoglimento più elevato. Nel krama-vidyâ ci concentriamo sul corpo e sul respiro, avendo una riuscita molto più efficace della meditazione consueta.

In quest’ultima, infatti, si agisce solo sulla mente, mentre con krama-vidyâ si agisce sull’intero insieme di corpo, respiro e mente, riunificando la materia allo spirito.

Il Cosmo, l’ordine del creato, si manifesta in questo modo; l’Uni -verso è caratterizzato da un ben preciso “verso” giusto alla cui base vi sono armonia e centratura, diverso dal Caos.

La progressione nell’Arte della sequenza (parte 2)

Nell’ottica del Krama-vidya, ho considerato una pratica che avesse una similitudine con il fluire della Natura.

La sequenza vuole rappresentare la simbologia dell’Albero che dal seme evolve verso la pienezza coronando le proprie potenzialità così come avviene per il praticante nel cammino dello Yoga, dove ciascuno percorre un’evoluzione verso le proprie naturali inclinazioni.

Tale crescita sarà effettuata nel migliore dei modi se potrà ricevere il nutrimento degli elementi – Maha Bhuta: Terra, Acqua, Fuoco, Aria cercando di non disperdere da un passaggio all’altro le qualità delle passate sostanze cercando di farle proprie in una struttura armoniosa.

La sequenza favorisce con lo scorrere continuo e fluido, il mantenimento della consapevolezza, attraverso le regole sopra dette e che saranno esplicitate in dettaglio.

Il sostegno di tutto ciò è il respiro che costituisce la sovra-consapevolezza e dalla scelta delle posizioni armoniche le une con le altre, per preparare la verticalità dell’Albero manifestazione del percorso di crescita giunto a maturazione.

L’equilibrio dell’Albero è mantenuto grazie alla forza delle sue radici che costituiscono la base d’appoggio in sinergia col tronco dove si trova il baricentro sia fisico che psichico del respiro, la chioma resiliente che fa fronte alle circostanze avverse e da cui coglie opportunità.

La meditazione finale si concentra sulla consapevolezza che nessun Albero è uguale ad un altro Albero; anche ognuno di noi è differente l’uno dall’altro; il percorso della propria vita, quindi deve essere volto a nutrire la propria peculiarità, per poter esprimere al massimo le potenzialità dentro di noi e far fiorire la propria essenza.

  1. Sukkhasana: obiettivo: presa di contatto. Tecnica: percepire globalmente lo schema corporeo. Sentire il flusso del respiro che si muove dentro e attraverso il corpo, sentire i punti di contatto con il pavimento. Effettuare una profonda inspirazione, trattenere per qualche istante, e sospirare appoggiando consapevolmente alla terra anche il respiro.

Con questo esercizio ci siamo accostati al nostro corpo. Nell’ordinario, il corpo viene utilizzato, ma non percepito. Per il corpo risulta vitale l’essere guardato da parte della mente. I sensi sono stati rivolti all’interno e si sono attivate le terminazioni nervose («Lo Yoga è una disciplina che ci consente di porre sotto il nostro controllo tutte le terminazioni nervose del nostro corpo e ci permette di utilizzarle al meglio e consapevolmente»).

  1. Mukha Bhastrika– il Mantice con la Bocca: il respiro viene resettato. Si parte da questo per appoggiare la pratica, liberando il tratto diaframmatico ed addominale e portando l’accento soprattutto sulla espirazione.Tecnica: Vajrâsana, pugni chiusi all’inguine, bocca ben aperta – fino a tendere gli sterno-cleido-mastoidei, denti socchiusi, inspirare, quindi espirare “esalando” l’aria ritmicamente, sino ad esaurirla completamente, con un movimento in avanti che ci porta con la fronte a terra, dove si rimane a lungo in apnea a vuoto; quando si sente il desiderio di tornare ad inspirare, allora si inala sollevandosi, stando attenti a far coincidere l’intero movimento con la durata della inspirazione.
  2. Bandha-dharmikhâsanala Foglia Piegata con i pugni nella pancia: il seme vivo in potenza del ritmo vitale è protetto dalla terra che lo accoglie (TERRA).

Obiettivo: accentuare gli effetti dell’esercizio precedente, portando la consapevolezza ancor più sul ritmo vitale in potenza. Tecnica: effettuare Mukha-bhastrikâ sino a portare la fronte a terra, rimanere nella posizione (invece di tornare), effettuare respiri ampi e profondi, focalizzati nell’addome; nella posizione portare tutta l’attenzione al ritmo del respiro. Quando si desideri ritornare, lo si effettui come per il ritorno di Mukha-bhastrikâ; raggiunta la posizione seduta, portare tutta l’attenzione al ritmo del respiro.

  1. Shashankâsana – la posizione della Lepre il seme inizia a germogliare.

Obiettivo: per imparare a trovare la giusta misura della crescita, assaporando il ritmo di andata e valorizzando il ritorno. Tecnica: dalla posizione di Vajrâsana portiamo la testa a terra, il più vicino possibile alle ginocchia. I palmi delle mani poggiano a terra accanto alla testa. Solleviamo lentamente i glutei, per cui la testa si trova a rotolare con il cuoio capelluto contro il suolo, stirando le cervicali che possono trovarsi a “lavorare” molto intensamente. Cerchiamo di arrivare alla posizione più avanzata possibile, conciliando le nostre possibilità con la forma statica con agio e gradevolezza. Se tutto ciò si attua con facilità, allora intrecciamo le mani dietro i lombi, i palmi rivolti verso il basso (ma non per forza). Se ancora tutto ciò ci risulta gradevole, allora spingiamo le braccia verso la testa ed oltre, sino a raggiungere il punto limite (ma gradito) delle nostre possibilità. Stiamo nella posizione, sino a che non avvertiamo che questa si è conclusa, allora, con dolcezza, effettuiamo specularmente le fasi ritornando con la testa a terra. Un elemento fondamentale in questa posizione, ma anche generalmente in tutti gli altri âsana, è quello di non forzare mai, cosa che si traduce nell’attuare la giusta misura. Il criterio di giudizioè estremamente difficile da attuare, in modo particolare all’inizio, poichè, spesso, la svogliatezza può indurci a far meno di quanto dovremmo, così come la sfida con noi stessi a far di più, danneggiando il corpo. In aiuto possiamo attuare le seguenti strategie:

1ª regola: procedere con calma verso la posizione finale;

2ª regola: arrivati al massimo, torniamo indietro un pochino, certi, così di restare entro i nostri limiti di elasticità;

3ª regola: controllare di percepire una “stimolazione gradevole”, segno che stiamo sì lavorando, ma non stiamo esagerando;

4ª regola: verificare alla fine della posizione se vi sia un surplus di percezioni residue, se non, anche delle parti doloranti: prenderemo nota mentalmente di ogni esperienza, conoscendo i limiti del nostro corpo.

Un altro elemento molto importante per la corretta pratica degli âsana è dato dal modo con cui ritorniamo dopo la loro esecuzione. Infatti, come è importante porre cura ad assumere una forma, altrettanta cura occorre nell’abbandonarla. La sperimentazione ci spiega che, pensando di aver concluso l’âsana e, a volte, essendo andati al di là delle proprie possibilità, lo si lascia velocemente, dimenticando ogni consapevolezza. Perciò sarà necessario impiegare al rientro almenolo stesso tempo dell’andata, effettuando specularmente tutte le manovre compiute per prendere la posizione, mantenendo inalterata, anzi potenziando, la concentrazione. Se siamo capaci di attuare tutto ciò, il successo sarà garantito e la consapevolezza si manterrà intatta durante tutto l’arco della sequenza.

  1. Movimento gatto in salita: il seme inizia a crescere acquisendo un movimento sinuoso verso l’alto (ACQUA) Obiettivo: dar vita al movimento della piantina attraverso l’azione lungo tutta la colonna ed in particolar modo sui lombi, sulle cervicali e sulle clavicole.

Tecnica: posizione a 4 zampe. Procediamo con un movimento ritmico espressione del respirocon la fase inspiratoria di apertura del tronco, inselliamo la schiena e solleviamo la testa in alto; espirando, curviamo la colonna e portiamo il mento verso il torace. Lasciamo che il movimento del corpo sia l’espressione del ritmo della respirazione. Percepiamo l’opposizione delle fasi insieme alla loro complementarità. In seno all’inspirazione sono comprese potenzialmente le forze e le caratteristiche dell’espirazione e viceversa; nel movimento di apertura del tronco esistono potenzialmente e si creano le forze e i meccanismi del movimento di chiusura del tronco e viceversa. Sentiamo che esiste la stessa intensità di realizzazione del movimento sia in chiusura che in apertura, per creare la consapevolezza che in seno all’una forma vi è l’altra e viceversa, così da sprofondare nell’interiorità corpo/mente.

  1. Shaktiasana: nel baricentro si sviluppa la forza vitale che estende la piantina dalla terra verso il cielo: dalla posizione precedente, ci portiamo eretti, rientrando le dita dei piedi e flettendo le ginocchia, fino ad appoggiare le mani sopra i piedi o a una certa altezza delle gambe dove possiamo mantenere la colonna lunga, allineata e mobile.

Movimento dinamico:

Inspirazione:

Riallunghiamo lontano all’indietro il coccige da una parte e la testa dall’altra parte

allineata con il resto del tronco, percependo la fermezza dell’addome e del perineo. La percezione sale sulla colonna.

Espirazione:

Prendendo appoggio sulle mani, abbassiamo la testa per appoggiare il mento, sull’alto dello sterno, spingiamo l’ombelico verso la colonna e contraiamo il perineo. La percezione scende.Installiamo ilmovimento dinamico con la sospensione del respiro: inseriamo nel ritmo del respiro un tempo per la sospensione a polmoni pieni e un tempo per la sospensione a polmoni vuoti; per questo, come abbiamo fatto in precedenza dobbiamo accelerare il movimento. Il ritmo da mantenere sarà quindi 1.1.1.1.

Durante le sospensioni attiviamo i 3 Bandha e proviamo a sentire contemporaneamente i 3 punti di legature e il senso di elevazione e di espansione del torace.

Dopo aver praticato 5 respirazioni con le sospensioni, ripristiniamo l’equilibrio respiratorio per alcune respirazioni lievi e lunghe con la mobilità del tronco.

E infine, ci raddrizziamo qualche istante in piedi, in una posizione neutra dove lasciamo andare la respirazione spontanea. Percepiamo semplicemente l’asse della colonna che esiste naturalmente e si prolunga all’infinito verso la terra e il cielo.

  1. Surya Namaskar Mudra: il calore del sole nutre vitalizza sottilmente e fa crescere la piantina (FUOCO)
  1. Trikonasana in dinamica: i rami conquistano lo spazio in tutte le direzioni – espansione (ARIA)
  1. Vriksasana: la pianta è cresciuta grazie a tutti gli elementi con le radici solide che permettono alle fronde di oscillare al vento. Si è resa unica ed esprime la sua qualità, espandendo la sua essenza.

LO YOGA CHE RENDE LIBERI

di Paola Cosolo Marangon

Lo yogi diviene capace di regolare il prāna solamente nel momento in cui tutte le nādī, che normalmente sono piene di impurità, vengono purificate”.

(Svātmārāma, Hathapradīpikā, (Di Marzo Domenico, a cura di, Libreria editrice Psiche 2011, Seconda lezione, n. 5, )

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Forme di respiro e Pranayama

di Laura Sacchi

Respiro e Prana

Il respiro è veicolo di prana ma non è necessariamente prana.

Non basta portare l’attenzione al respiro e cambiargli i ritmi con degli esercizi per poter dire di aver fatto pranayama.

Per poter dire di essersi anche solo avvicinati al eseguire questa pratica occorre compiere un lavoro più raffinato ed occorre che, sia il respiro che la mente, abbiano determinate qualità.

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Purificare e stabilizzare mente e corpo: la duplice natura del respiro

di Giorgia De Giorgi

Il respiro

Il respiro è un’attività fisiologica che fa capo sia al sistema nervoso autonomo o neurovegetativo, sia a quello volontario. Grazie alla sua duplice natura, esso svolge due importanti funzioni.

  • Quella affidata al primo consiste nel percepire i blocchi, gli squilibri e le irregolarità presenti all’interno del sistema mente-corpo, che influiscono sulla qualità e la quantità dell’aria emessa.
  • Il secondo, invece, si occupa di ampliarlo, farlo tornare regolare e stabilizzarne il ritmo, grazie alle stimolazioni funzionali attivate dal pensiero, quindi di riportare in equilibrio neurovegetativo l’intero organismo.

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PRĀNĀYĀMA E HATHAYOGA

di Antonella Filippone

Pranayama e Hathayoga

“Quando il respiro è instabile, la mente è instabile; quando il respiro è stabile, la mente è stabile e lo yogin raggiunge la stasi” (Hathayogapradīpikā).

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Yoga e piacere: dall’osservazione di un edificio e di un volto ho capito che…

di Antonella Filippone

Una premessa

Prima di analizzare le due esperienze di osservazione che abbiamo praticato nella scorsa lezione del corso di Pranāyāma, vorrei premettere due riflessioni che forse ci aiutano a capire questa relazione ed equivalenza fra la pratica dello yoga e la conoscenza del prānā.

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