IN CONTINUA EVOLUZIONE

di Laura Bonomini

E’ appena terminata l’annualità di Pranayama in cui abbiamo imparato a governare e guidare il nostro respiro e la nostra forza vitale nel corpo. Attraverso volontà e intenzione mentale, il soffio del respiro, impregnato di Prana, ci purifica e cambia il nostro stato psico-fisico.

Grazie alle tecniche di Pranayama, ho potuto riscoprire quello che il bambino, negli anni della prima infanzia, sperimenta e vive ogni giorno: la sua carica vitale gli permette di mantenere una mente sveglia, attiva, pronta ad apprendere e a conoscere il mondo. E della sua conoscenza fa tesoro.

Ritornare in un certo senso bambina, ma con una mente da adulta, mi ha permesso di trovare un significato più profondo riguardo al mio percorso di studio dello Yoga in Efoa.

Françoise mi ha aperto un mondo, il mondo del mio io.

Ho ancora tantissimo da scoprire ed è incredibile come kapalabhati dopo kaphalabati, dhauti dopo dhauti, bandha dopo bandha, nadi sodhana, bastrika … io non mi stanchi mai di osservare e di annotare nella mente quello che mi succede di volta in volta.

E’ un cammino evolutivo che non finirà mai, in cui si aprono ogni giorno nuove frontiere: tutte le esperienze mi lasciano una sensazione di libertà, libertà dalla gabbia dei condizionamenti, dalle approvazioni che ricercavo dagli altri, dall’illusione dei successi che pensavo di meritare, dagli affetti che supplicavo e che non ottenevo … davvero non immaginavo!

E pensare che mi sono avvicinata allo yoga con la semplice aspettativa di lenire i miei disturbi fisici!!

Ora assaporo, senza quella fretta che mi caratterizzava, il momento, la lentezza, la pace la tranquillità. Mi sveglio col sorriso e con l’entusiasmo. Mi sono anche domandata: “ma dov’ero prima ? , dove sono stata tutti questi anni? cosa rincorrevo?“ Arrivata a questo punto non mi interessa più quello che ero: l’importante è che io sia qui, ora, in questo preciso istante.

Lo Yoga della Potenza

La filosofia alla quale si ispira la nostra scuola dell’Efoa è quella del Tantra (ne sto leggendo alcuni libri e non riesco ad ultimarli, perché non voglio… credo… a questo punto; quindi torno sempre indietro a riappropriarmi di alcuni tesori e a riflettere su alcuni passi, per crearmi una scusa e non completarli mai!!)

La parola sanscrita Tantra è composta dalla radice Tan (estendere, espandere) e il suffisso Tra (trama, tessuto). Il significato del termine è quindi quello di espandere una trama, un tessuto ovvero la nostra coscienza umana, individuale, che si ricongiunge con la coscienza universale.

Noi apparteniamo all’Universo, non abbiamo ricordi in merito a vite precedenti e non vi è alcuna certezza sull’aldilà.

Françoise cita spesso a questo proposito la famosa frase di Socrate “so di non sapere”. Meglio non farsi illusioni, meglio vivere nel presente, perché possiamo facilmente verificare che questa nostra manifestazione umana ha in sé tutta la potenza del divino che l’ha generata (ogni nostra cellula ha le caratteristiche di un piccolo mondo!).

Un gioco della Vita nell’Universo

In realtà potremmo considerarci come un gioco della Vita dell’universo, che a un certo punto (per una ragione che ignoriamo) ha deciso di identificarci in una forma terrestre, e quando il nostro ciclo sarà terminato, ritorneremo a far parte del Tutto, di nuovo anonimi e probabilmente inconsapevoli.

Questa Entità che gestisce il gioco dell’Universo, con caratteristiche divine, era chiamata da André van Lysebeth “il grande architetto”. Definizione più che azzeccata.

L’idea di ritornare nella ciclicità della Vita dell’Universo, al termine della mia Vita terrena, mi tranquillizza moltissimo.

Da questo semplice pensiero si evince che, poiché faccio parte di qualcosa di più grande di me e in me si rispecchiano qualità di natura divina, ho il dovere di portare avanti il progetto della Vita che mi è stata affidata e devo farlo nel migliore dei modi.

Essendo legati al Tutto ogni nostra azione avrà un riflesso sul Tutto, anche ad enormi distanze, proprio come un disturbo che si manifesta in una parte anche piccola e periferica del nostro corpo e che si ripercuote inesorabilmente sull’intero benessere psico-fisico.

Nel nostro microcosmo, l’Essere Supremo e creatore è la mente. Il corpo è il supporto della mente; le permette di trasformare i suoi pensieri in azioni: quindi il corpo deve diventare il tempio della mente, che rispecchia il divino in noi .

Ricollegandoci allo Yoga, è facile trovare il vero significato degli Asana: questi diventano un allenamento, una palestra di vita in grado di farci riscoprire il nostro vero potenziale e farlo riportare nella realtà di tutti i giorni, in ogni singolo gesto.

In questo nostro passaggio sulla Terra tenteremo di realizzare Purna, la completezza, caratteristica propria dell’aldilà, dato che in noi alberga tutta la potenza del divino che ci ha creati .

La prima sequenza dello Yoga della Potenza

Durante la prima lezione di Asana abbiamo sperimentato la possibilità di attingere dalle forze cosmiche e terrestri un Prana puro e potente al tempo stesso, in grado di vitalizzare la nostra riserva pranica, contenuta nei Kanda principali dell’addome e del cuore (centro del torace).

Riconnettermi a Prana Shakti (la Potenza Creatrice) attraverso i Kanda, i punti Marma e le Nadi mi ha dato la sensazione concreta di aver acquisito grandezza e forza interiore.

Ho realizzato che la mia mente è in grado di immagazzinare il Prana dell’Universo quando ho avvertito i risultati, inizialmente sottoforma di grande calore localizzato nella sfera dell’addome e in seguito di un dolce tepore diffuso nella zona del petto.

Al termine della sequenza e per alcuni giorni una strana sensazione si è impadronita di me: la definirei come una forma di ardore, una spinta vitale che ha animato la mia quotidianità, l’ha resa “speciale”.

Probabilmente mi ci abituerò e quindi tutto sembrerà più normale, ma sono convinta che quando ci sintonizziamo con Prana Shakti emergono le nostre potenzialità latenti, inespresse, da tempo sopite nella profondità della nostra anima.

Con le sequenze dello Yoga della Potenza ci riapriamo, ritroviamo un rapporto di interscambio fra il nostro centro e le forze della natura, rimanendo consapevoli di essere individui unici ma, al tempo stesso, connessi all’intero Universo, dal quale veniamo e al quale ritorneremo.

La progressione nell’Arte della sequenza

Di Alessandra Romani

Così come nella natura vi è una progressione verso la perfezione, così nello yoga, necessariamente è previsto che il praticante attui un’avanzamento graduale, per raggiungere lo scopo prefisso: la liberazione finale.

In India il concetto di “Krama mukti” è quel cammino che in modo costante porta alla perfezione.

Tale filosofia si ritrova anche, nella “ronda delle esistenze” o Samsara, in cui l’individuo, attraverso varie vite, passa da un piano di esistenza o loka all’altro, a causa delle azioni compiute nelle vite anteriori.

Da tale progressione non è possibile fuggire a meno della liberazione: è probabile salire ad un grado più elevato e migliore di vita, per poi inesorabilmente ritrovarsi a scendere in una condizione peggiore.

Per il praticante, è impossibile raggiungere lo stato di Yoga immediatamente, poiché non è spesso alla sua portata, ma può essere perseguito volontariamente, solo attraverso passaggi progressivi: il “Krama”.

La stessa teoria del Karma, ovvero la progressione dei meriti e dei demeriti che l’uomo accumula durante l’esistenza, fa riferimento ad uno sviluppo che dalla vita attuale porterà verso la successiva Via dei Cieli (Deva-Yana) o verso la Via degli Inferi (Prithi-Yana).

Nelle classi ordinarie di Hatha-Yoga difficilmente si ritrova tale “progressione”, poiché ogni asana è staccato l’uno dall’altro; lo Yoga, diventa perciò una semplice ginnastica magari raffinata e che fa bene al corpo per poi giungere ad uno stato meditativo alla fine della sequenza.

In sostanza, in India, l’Hatha Yoga è considerato un mezzo per portare lo yogi ad essere un animale in buona salute per la meditazione perché quest’ultima assume un valore più elevato della parte fisica.

In Occidente, per quanto possiamo praticare tramite la presenza consapevole, Vidya, il risultato sarà sempre circoscritto rispetto alla fase Meditativa. Immettere il concetto di Krama in una seduta di Hatha yoga è mirare ad ottenere via via dei livelli di interiorizzazione sempre più elevati nell’ottica dell’unione del corpo alla mente.

Infatti, scivolando da un asana all’altro nel Krama-vidya, come senza accorgersene, si sviluppa di volta in volta una concentrazione molto elevata rispetto ad una semplice seduta Hatha yoga classico. Il risultato sarà quindi più potente di uno stato meditativo, poiché saranno coinvolti sia il corpo che il respiro ininterrottamente, in un sistema che si riunifica alla mente. Da uno stato di dispersione, Avidya o non consapevolezza, giungeremo quindi ad uno stato di Vidya o consapevolezza.

La non consapevolezza, in India, è causa di sofferenza e malattia e la soluzione di tutto ciò è comprendere e realizzare la Vidya nella nostra vita uscendo dall’ignoranza. Nell’asana si può affermare che per far ciò, occorre effettuare delle forme spaziali corporee guidate dall’interno e volute: qualitativamente diverse da quelle ordinarie ed esterne che assumiamo per schemi sociali od involontari. Ogni forma spaziale assume un valore diverso a seconda di come viene eseguita, realizzando un differente spazio interiore.

La mente cosciente vede e percepisce la posizione secondo un suo schema corporeo: con la progressione della pratica nella modalità “krama” ci sarà un approfondimento della consapevolezza a tal punto che la mente si unirà sempre più concretamente al corpo.

Le fasi fondamentali di una sequenza nell’ottica del Krama Vidya sono:

  • la presa di contatto: percezione sintetica del corpo e del respiro come punto di partenza e paragone alla fine della pratica;
  • le prime azioni: esercizi dinamici per percepire corpo e respiro;
  • la giusta misura: un concetto molto importante nel Krama che implica un dominio della propria natura più o meno competitiva;
  • il ritorno dall’asana assunto: senza perdere il controllo e senza creare una frattura nell’insieme del fluire della sequenza;
  • il passaggio fra una posizione e l’altra specialmente se speculare: lento e adeguato se la mente ha bisogno di riposarsi, se la posizione ha creato stanchezza, o disagio perché ha richiesto equilibrio, oppure come fase di digestione per osservare le sensazioni residue dell’asana;
  • aumento o diminuzione progressivo dell’intensità della consapevolezza e del respiro relativo alla realizzazione dell’esercizio: ad esempio in un esercizio di equilibrio sarà potenziata l’attenzione che permetterà di trovare una statica delle forze per restare immobili, bilanciando quindi il respiro a tal fine.

Tutto questo fluire armonico è Krama: un perenne divenire perfettamente ordinato tendente alla perfezione.

Nel krama-vidyâ ci si centra sulla posizione, come nell’hatha-yoga classico, ma, al momento di lasciare l’asana e di conseguenza le membra, l’attenzione e la concentrazione, ci si interiorizza ancora di più, entrando nella successiva posizione con un grado di raccoglimento più elevato. Nel krama-vidyâ ci concentriamo sul corpo e sul respiro, avendo una riuscita molto più efficace della meditazione consueta.

In quest’ultima, infatti, si agisce solo sulla mente, mentre con krama-vidyâ si agisce sull’intero insieme di corpo, respiro e mente, riunificando la materia allo spirito.

Il Cosmo, l’ordine del creato, si manifesta in questo modo; l’Uni -verso è caratterizzato da un ben preciso “verso” giusto alla cui base vi sono armonia e centratura, diverso dal Caos.

La progressione nell’Arte della sequenza (parte 2)

Nell’ottica del Krama-vidya, ho considerato una pratica che avesse una similitudine con il fluire della Natura.

La sequenza vuole rappresentare la simbologia dell’Albero che dal seme evolve verso la pienezza coronando le proprie potenzialità così come avviene per il praticante nel cammino dello Yoga, dove ciascuno percorre un’evoluzione verso le proprie naturali inclinazioni.

Tale crescita sarà effettuata nel migliore dei modi se potrà ricevere il nutrimento degli elementi – Maha Bhuta: Terra, Acqua, Fuoco, Aria cercando di non disperdere da un passaggio all’altro le qualità delle passate sostanze cercando di farle proprie in una struttura armoniosa.

La sequenza favorisce con lo scorrere continuo e fluido, il mantenimento della consapevolezza, attraverso le regole sopra dette e che saranno esplicitate in dettaglio.

Il sostegno di tutto ciò è il respiro che costituisce la sovra-consapevolezza e dalla scelta delle posizioni armoniche le une con le altre, per preparare la verticalità dell’Albero manifestazione del percorso di crescita giunto a maturazione.

L’equilibrio dell’Albero è mantenuto grazie alla forza delle sue radici che costituiscono la base d’appoggio in sinergia col tronco dove si trova il baricentro sia fisico che psichico del respiro, la chioma resiliente che fa fronte alle circostanze avverse e da cui coglie opportunità.

La meditazione finale si concentra sulla consapevolezza che nessun Albero è uguale ad un altro Albero; anche ognuno di noi è differente l’uno dall’altro; il percorso della propria vita, quindi deve essere volto a nutrire la propria peculiarità, per poter esprimere al massimo le potenzialità dentro di noi e far fiorire la propria essenza.

  1. Sukkhasana: obiettivo: presa di contatto. Tecnica: percepire globalmente lo schema corporeo. Sentire il flusso del respiro che si muove dentro e attraverso il corpo, sentire i punti di contatto con il pavimento. Effettuare una profonda inspirazione, trattenere per qualche istante, e sospirare appoggiando consapevolmente alla terra anche il respiro.

Con questo esercizio ci siamo accostati al nostro corpo. Nell’ordinario, il corpo viene utilizzato, ma non percepito. Per il corpo risulta vitale l’essere guardato da parte della mente. I sensi sono stati rivolti all’interno e si sono attivate le terminazioni nervose («Lo Yoga è una disciplina che ci consente di porre sotto il nostro controllo tutte le terminazioni nervose del nostro corpo e ci permette di utilizzarle al meglio e consapevolmente»).

  1. Mukha Bhastrika– il Mantice con la Bocca: il respiro viene resettato. Si parte da questo per appoggiare la pratica, liberando il tratto diaframmatico ed addominale e portando l’accento soprattutto sulla espirazione.Tecnica: Vajrâsana, pugni chiusi all’inguine, bocca ben aperta – fino a tendere gli sterno-cleido-mastoidei, denti socchiusi, inspirare, quindi espirare “esalando” l’aria ritmicamente, sino ad esaurirla completamente, con un movimento in avanti che ci porta con la fronte a terra, dove si rimane a lungo in apnea a vuoto; quando si sente il desiderio di tornare ad inspirare, allora si inala sollevandosi, stando attenti a far coincidere l’intero movimento con la durata della inspirazione.
  2. Bandha-dharmikhâsanala Foglia Piegata con i pugni nella pancia: il seme vivo in potenza del ritmo vitale è protetto dalla terra che lo accoglie (TERRA).

Obiettivo: accentuare gli effetti dell’esercizio precedente, portando la consapevolezza ancor più sul ritmo vitale in potenza. Tecnica: effettuare Mukha-bhastrikâ sino a portare la fronte a terra, rimanere nella posizione (invece di tornare), effettuare respiri ampi e profondi, focalizzati nell’addome; nella posizione portare tutta l’attenzione al ritmo del respiro. Quando si desideri ritornare, lo si effettui come per il ritorno di Mukha-bhastrikâ; raggiunta la posizione seduta, portare tutta l’attenzione al ritmo del respiro.

  1. Shashankâsana – la posizione della Lepre il seme inizia a germogliare.

Obiettivo: per imparare a trovare la giusta misura della crescita, assaporando il ritmo di andata e valorizzando il ritorno. Tecnica: dalla posizione di Vajrâsana portiamo la testa a terra, il più vicino possibile alle ginocchia. I palmi delle mani poggiano a terra accanto alla testa. Solleviamo lentamente i glutei, per cui la testa si trova a rotolare con il cuoio capelluto contro il suolo, stirando le cervicali che possono trovarsi a “lavorare” molto intensamente. Cerchiamo di arrivare alla posizione più avanzata possibile, conciliando le nostre possibilità con la forma statica con agio e gradevolezza. Se tutto ciò si attua con facilità, allora intrecciamo le mani dietro i lombi, i palmi rivolti verso il basso (ma non per forza). Se ancora tutto ciò ci risulta gradevole, allora spingiamo le braccia verso la testa ed oltre, sino a raggiungere il punto limite (ma gradito) delle nostre possibilità. Stiamo nella posizione, sino a che non avvertiamo che questa si è conclusa, allora, con dolcezza, effettuiamo specularmente le fasi ritornando con la testa a terra. Un elemento fondamentale in questa posizione, ma anche generalmente in tutti gli altri âsana, è quello di non forzare mai, cosa che si traduce nell’attuare la giusta misura. Il criterio di giudizioè estremamente difficile da attuare, in modo particolare all’inizio, poichè, spesso, la svogliatezza può indurci a far meno di quanto dovremmo, così come la sfida con noi stessi a far di più, danneggiando il corpo. In aiuto possiamo attuare le seguenti strategie:

1ª regola: procedere con calma verso la posizione finale;

2ª regola: arrivati al massimo, torniamo indietro un pochino, certi, così di restare entro i nostri limiti di elasticità;

3ª regola: controllare di percepire una “stimolazione gradevole”, segno che stiamo sì lavorando, ma non stiamo esagerando;

4ª regola: verificare alla fine della posizione se vi sia un surplus di percezioni residue, se non, anche delle parti doloranti: prenderemo nota mentalmente di ogni esperienza, conoscendo i limiti del nostro corpo.

Un altro elemento molto importante per la corretta pratica degli âsana è dato dal modo con cui ritorniamo dopo la loro esecuzione. Infatti, come è importante porre cura ad assumere una forma, altrettanta cura occorre nell’abbandonarla. La sperimentazione ci spiega che, pensando di aver concluso l’âsana e, a volte, essendo andati al di là delle proprie possibilità, lo si lascia velocemente, dimenticando ogni consapevolezza. Perciò sarà necessario impiegare al rientro almenolo stesso tempo dell’andata, effettuando specularmente tutte le manovre compiute per prendere la posizione, mantenendo inalterata, anzi potenziando, la concentrazione. Se siamo capaci di attuare tutto ciò, il successo sarà garantito e la consapevolezza si manterrà intatta durante tutto l’arco della sequenza.

  1. Movimento gatto in salita: il seme inizia a crescere acquisendo un movimento sinuoso verso l’alto (ACQUA) Obiettivo: dar vita al movimento della piantina attraverso l’azione lungo tutta la colonna ed in particolar modo sui lombi, sulle cervicali e sulle clavicole.

Tecnica: posizione a 4 zampe. Procediamo con un movimento ritmico espressione del respirocon la fase inspiratoria di apertura del tronco, inselliamo la schiena e solleviamo la testa in alto; espirando, curviamo la colonna e portiamo il mento verso il torace. Lasciamo che il movimento del corpo sia l’espressione del ritmo della respirazione. Percepiamo l’opposizione delle fasi insieme alla loro complementarità. In seno all’inspirazione sono comprese potenzialmente le forze e le caratteristiche dell’espirazione e viceversa; nel movimento di apertura del tronco esistono potenzialmente e si creano le forze e i meccanismi del movimento di chiusura del tronco e viceversa. Sentiamo che esiste la stessa intensità di realizzazione del movimento sia in chiusura che in apertura, per creare la consapevolezza che in seno all’una forma vi è l’altra e viceversa, così da sprofondare nell’interiorità corpo/mente.

  1. Shaktiasana: nel baricentro si sviluppa la forza vitale che estende la piantina dalla terra verso il cielo: dalla posizione precedente, ci portiamo eretti, rientrando le dita dei piedi e flettendo le ginocchia, fino ad appoggiare le mani sopra i piedi o a una certa altezza delle gambe dove possiamo mantenere la colonna lunga, allineata e mobile.

Movimento dinamico:

Inspirazione:

Riallunghiamo lontano all’indietro il coccige da una parte e la testa dall’altra parte

allineata con il resto del tronco, percependo la fermezza dell’addome e del perineo. La percezione sale sulla colonna.

Espirazione:

Prendendo appoggio sulle mani, abbassiamo la testa per appoggiare il mento, sull’alto dello sterno, spingiamo l’ombelico verso la colonna e contraiamo il perineo. La percezione scende.Installiamo ilmovimento dinamico con la sospensione del respiro: inseriamo nel ritmo del respiro un tempo per la sospensione a polmoni pieni e un tempo per la sospensione a polmoni vuoti; per questo, come abbiamo fatto in precedenza dobbiamo accelerare il movimento. Il ritmo da mantenere sarà quindi 1.1.1.1.

Durante le sospensioni attiviamo i 3 Bandha e proviamo a sentire contemporaneamente i 3 punti di legature e il senso di elevazione e di espansione del torace.

Dopo aver praticato 5 respirazioni con le sospensioni, ripristiniamo l’equilibrio respiratorio per alcune respirazioni lievi e lunghe con la mobilità del tronco.

E infine, ci raddrizziamo qualche istante in piedi, in una posizione neutra dove lasciamo andare la respirazione spontanea. Percepiamo semplicemente l’asse della colonna che esiste naturalmente e si prolunga all’infinito verso la terra e il cielo.

  1. Surya Namaskar Mudra: il calore del sole nutre vitalizza sottilmente e fa crescere la piantina (FUOCO)
  1. Trikonasana in dinamica: i rami conquistano lo spazio in tutte le direzioni – espansione (ARIA)
  1. Vriksasana: la pianta è cresciuta grazie a tutti gli elementi con le radici solide che permettono alle fronde di oscillare al vento. Si è resa unica ed esprime la sua qualità, espandendo la sua essenza.

Le flessioni in avanti

di Dania Bicchierai

Una gestualità naturale

I movimenti che compiamo nella vita quotidiana si realizzano quasi esclusivamente in avanti; proprio per questo motivo è estremamente importante utilizzare uno schema corretto di questo tipo di mobilità. Quando ci spostiamo, nel camminare o correre, o muoviamo le mani per afferrare un oggetto, lo facciamo prevalentemente nello spazio davanti al corpo.

La flessione in avanti, inoltre, corrisponde ad una forma estremamente naturale per il corpo, in quanto costituisce la posizione mantenuta dal feto durante tutta la permanenza nel grembo materno. È anche la posizione che assumiamo naturalmente addormentandoci da seduti, quando il corpo si ripiega spontaneamente su sé stesso.

Aspetti fisici:

Sinergia delle catene

Nella nostra gestualità vengono attivate tutte le catene posturali, ma in ogni specifico atteggiamento una di esse risulta maggiormente coinvolta. Spesso la catene anteriore e quella posteriore vengono considerate “antagoniste”; in realtà la scioltezza del movimento deriva proprio dalla loro azione sinergica. Le due catene devono funzionare in perfetta complementarietà, cosicché all’attivazione di una corrisponda un rilasciamento dell’altra.

Nello specifico, le flessioni in avanti si realizzano attraverso un’attivazione della struttura anteriore, contestualmente al rilasciamento di quella posteriore. Flettendosi in avanti la struttura posteriore, ordinariamente utilizzata per raddrizzarci e mantenere la verticalità, dev’essere in grado di rilasciarsi per agevolare il piegamento.

Nel mantenimento dell’asana è opportuno focalizzare l’attenzione soprattutto sul nostro spazio anteriore, che viene attivato per potenziare il senso dell’appoggio e della chiusura che caratterizzano i piegamenti in avanti.

Uso di anche e bacino

Per non sovraccaricare la colonna vertebrale è fondamentale realizzare i piegamenti in avanti a partire dalle anche e dal bacino. Le anche costituiscono infatti il perno che collega il tronco alle gambe, articolando il femore sul bacino. L’allungamento posteriore deve sempre essere realizzato a partire dalla anche, in modo da evitare che si manifesti la retropulsione delle ginocchia; è importante, quindi, fare attenzione a preservare la naturale lordosi delle gambe.

Uso dei piedi

La mobilità delle anche, a sua volta, è favorita da un corretto utilizzo di piedi e caviglie. In particolare, un fulcro fondamentale per l’allungamento posteriore è costituito proprio dallo scivolamento in avanti dei talloni (da non confondersi col portare i piedi a martello, che provoca invece un raccorciamento).

Il respiro sulla colonna

Se non riesce a respirare, la colonna può essere rigida e “paralizzata” anche se esteriormente appare molto flessa.

La vera scioltezza è data dalla capacità di preservare la corretta vitalità della spina dorsale, grazie al realizzarsi del suo naturale ondeggiare dato dal respiro in qualunque posizione ci si trovi. I dischi inter-vertebrali sono alimentati per osmosi dalla circolazione linfatica grazie al movimento del diaframma, che con l’inspiro determina una decompressione e un allungamento della colonna, e con l’espiro la riporta in una posizione neutra, che corrisponde ad una lieve naturale compressione dei dischi.

Questo meccanismo di pompaggio consente il metabolismo del disco, determinato dall’azione ritmata di assorbimento ed eliminazione, promuovendo la salute dei dischi e la vitalità della colonna.

Proponiamo asana in avanti non per arrivare a piegarsi sempre di più, ma per imparare a far respirare la colonna in posizioni sempre più complesse (per es. Halasana).

Aspetto respiratorio:

Nelle flessioni in avanti la fase respiratoria fondamentale è l’espiro.

L’attivazione e la contrazione dello spazio anteriore del corpo (per esempio in Pashimottanasana) ci permette di arrotolarci maggiormente in avanti, attivando ulteriormente la chiusura ed evidenziando l’aspetto “terra” della posizione. Inoltre, l’espirazione è naturalmente favorita dalla Gravità, cosicché basta abbandonarvisi perché possa avvenire spontaneamente, senza alcuno sforzo.

Nello Yoga, rispetto al modo di respirare ordinario, l’espiro viene reso attivo e potente, in modo che venga concentrata al centro dell’addome la forza che poi scaturirà in un inspiro ampio e nutriente.

Aspetti psichici:

Mettere il corpo in una determinata forma ha anche ben precisi effetti interiori: non si tratta, dunque, soltanto di flettere il corpo, ma di indurre una specifica dimensione psichica. A livello mentale, anche inconscio, “andare avanti” ha un’accezione positiva, correlata con l’assecondare il flusso della vita ed esserne parte.

La gravità e l’elemento Terra

Le posizioni in avanti potenziano il nostro senso dell’appoggio e la capacità di relazionarci con la Terra, con tutto il suo significato simbolico.

Le posizioni di flessione, infatti, portano tendenzialmente verso terra, mentre se dobbiamo metterci in azione è necessario svincolarsi dalla gravità per poter vivere la verticalità.

Viene attivato un tipo di Prana che corrisponde al soddisfacimento di alcuni bisogni fondamentali legati alla sopravvivenza: il nutrimento, il sentirsi accolti e sostenuti, la capacità di abbandonarsi per poter dormire e rigenerarsi.

Questi elementi sono imprescindibili per accumulare il potenziale che ci possa permettere poi, eventualmente, di attivarci e svincolarci dalla Gravità e dalla Natura, come avviene ad esempio nelle flessioni indietro.

Chiusura e interiorizzazione

Le posizioni di flessione in avanti vengono associate alla chiusura: la forma che diamo al corpo corrisponde ad un ben preciso atteggiamento interiore, che in questo caso sarà di interiorizzazione.

Ripiegarsi e avvolgersi su sé stessi porta a rientrare nel proprio spazio, dove ci possiamo sentire al sicuro, in un atteggiamento di riflessione e raccoglimento.

Rilasciamento

Le posizioni in avanti generano un tipo di prana che nella vita ordinaria corrisponde a quello necessario per abbandonarci e lasciarci andare.

Se non siamo in grado di abbandonarci non possiamo dormire, e il sonno rappresenta uno dei nutrimenti fondamentali per la vita.

Nel quotidiano, dunque, questa tipologia di prana corrisponde ad atteggiamento di tipo passivo, che nello Yoga diventa una forma attiva di rilasciamento, in cui la mente non abbandona il corpo, ma resta vigile.

TUTTO E’ IN TORSIONE NELL’UNIVERSO

di Paola Cosolo Marangon

Se ci si muove stimolati dalle cose esterne, questo è l’istinto dell’essere. Quando ci si muove senza venire stimolati dalle cose esterne, questo è il movimento del cielo.

Il segreto del fiore d’oro – Bollati Boringhieri, Milano, 2016 (prima ed. It.1981) pag.126

La riflessione per la settima lezione di Asana parte da una frase di Françoise: “se pensate all’universo, tutto si muove in torsione”.

Abbiamo praticato alcuni asana considerando la torsione quale elemento fondamentale del lavoro interiore. Abbiamo lavorato su noi stessi e sulla percezione dell’IO, partendo dalla respirazione toracica: non solo il costato anteriore, ma soprattutto quello posteriore. La lezione pratica è andata via via a concentrarsi sul corpo, sul lavoro dei muscoli, sulle attivazioni delle catene posturali.

Al rientro a casa, si ripete la lezione mettendosi sul tappetino e tentando di comprendere anche senza la presenza del maestro. E’ questa attivazione che favorisce il lavoro che deve essere portato fuori dallo spazio sacro del tappetino, per diventare vita.

La mia attitudine allo Yoga non si basa solo sulla sperimentazione con il corpo, non mi basta vivere mettendo in pratica, ho bisogno di capire e di approfondire, ho bisogno di studiare e di cercare sempre nuovi stimoli per far diventare quella pratica sul tappetino Vita e significato significante per il mio quotidiano.

La mia curiosità

La frase di Françoise sulla torsione ha continuato a balenare in testa: ho iniziato a verificare che, in effetti, il lavoro in torsione accompagna tutta la nostra giornata, i nostri movimenti, le azioni da quelle banali a quelle più complesse. Poi, mi sono detta, anche i nostri pensieri lavorano in torsione, si avviluppano senza necessariamente diventare “vritti”, si concatenano e danno forma a ulteriori ragionamenti.

E, inseguendo questi pensieri, mi è balzato alla mente un testo molto caro, “Il segreto del fiore d’oro”, con commento di C.G.Jung.

L’ho letto più volte e mano a mano che procedeva il corso di approfondimento con gli insegnanti i yoga ho visto i limiti dei commenti di Jung, ma ho colto anche tante piccole assonanze che forse nemmeno lui sapeva di aver colto.

Il mandala

Una di queste ha a che fare con la torsione. Uno dei mandala che sono contenuti nel libro (tavola 8) parte da un neonato inserito nella sfera di luce e attorniato da un vortice di colori in torsione. Jung lo ha interpretato come “il bambino nella vescica germinale con i quattro colori fondamentali durante il suo moto rotatorio”.

Mi soddisfa anche questa definizione, ma ancor più vi ho trovato l’origine stessa del creato, del mondo che dir si voglia. Quel germe che, mitologicamente parlando, ha fatto scaturire quell’inizio da cui poi è derivato il mondo intero.

Perchè ho voluto fare questa sottolineatura?

Per me è semplice: non ha alcun significato mettersi sul tappetino a costruire forme, se non ci si sente parte di un unico grande moto che interessa tutti gli esseri viventi.

Yoga per me è appartenere a questo universo; nella mia forma umana, trovo consapevolezza maggiore quando, attraverso il respiro, l’attivazione del prana, la volontà, individuo la coscienza come un piccolo aspetto del Tutto. Molecole, non cerco altro, ma le stesse molecole dell’Universo.

GLI KSHETRAM E LA PRATICA DELL’HATHA YOGA

di ANTONELLA FILIPPONE

La parola KHESTRA significa “campo, sfera di attività”, ma anche “corpo” inteso come campo di esperienza o di azione (Glossario di Sanscrito, Mother Sai Publications). Lo KHESTRAM, nell’ambito letterario e filosofico, è la vasta distesa di terra (una pianura vicina a Hastināpura, l’attuale New Delhi), scenario di battaglia dei Kuru, cioè degli eserciti comandati dai Pāndava e dai Kaurana, di cui si narra nel poema epico del Mahābhārata. Questo termine, quindi, ha a che fare con una dimensione materiale, visibile, identificabile, che possiamo conoscere e su cui possiamo agire. Nell’iconografia tradizionale, lo khestram ha la forma di un quadrato, come una scacchiera, suddivisibile al suo interno in altrettanti piccoli riquadri già determinati. Gli uomini, appartenenti ai quattro varna (colori, caste sociali) si dispongono nelle caselle della scacchiera, a seconda dell’ampiezza dei propri orizzonti e dei propri ruoli. Così, il filosofo (brahmano) si potrà muovere in un quadrato composto da 81 caselle; il guerriero (kshatriya) si muoverà in una scacchiera di 64 riquadri; il mercante (vashya) ne avrà a disposizione 49; il servo (shudra) rimarrà confinato nel suo unico piccolo quadrato.

brahamano kshatriya vashya shudra
comprensione maggiore della Realtà

Ognuno vivrà nella propria forma, spesso senza scoprire gli altri spazi a disposizione, anche all’interno della sua stessa scacchiera, fino a quando non riuscirà a praticare lo yoga della potenza che lo libererà dalle sue prigioni e dai suoi ostacoli. Fra le abilità sviluppate dallo hatha yoga, vi è senza dubbio quella della consapevolezza, dell’attenzione (jagrat) che portano a moltiplicare i nostri spazi, cioè a percepire tutta la scacchiera e ad abbandonare i condizionamenti che ci imprigionano nei vari ruoli.

Nella pratica dello yoga, seguendo questi principi, andiamo a fortificare e ad affinare una percezione più completa e profonda del nostro corpo (lo khestra), riuscendo a unire via via elementi ed aspetti prima sconosciuti, estendendo quindi le nostre potenzialità. Queste ci consentiranno di sentire e di considerare il corpo stesso come un’entità unica (il nostro quadrato del sole).

Eventualmente, dopo questa prima evoluzione, saremo pronti a superare lo stato materiale per scalare la Montagna Sacra (Monte Meru): incontreremo, nel percorso di presa di coscienza (e non più solo di consapevolezza, come attuato precedentemente) i 6 chakra che ci faranno illuminare dall’alto la condizione limitante in cui eravamo rinchiusi.

LA PRATICA

Gli khetram identificabili nel tronco sono cinque: ne presentiamo due che riguardano Manipura Khestram e Anahata Kshetram. Ovviamente queste pratiche saranno precedute da alcune fasi di preparazione e di purificazione respiratoria.

MANIPURA KSHETRAM (nella zona dell’ombelico e nella seconda lombare)

  • SETHUASANA (per favorire la forza del diaframma sulla mobilità lombare)
  1. Nella fase dinamica, inspirando portiamo in alto il bacino, utilizzando la spinta dei piedi; espirando, riportiamo la schiena a terra, appoggiando le vertebre una dopo l’altra.
  1. Nella fase statica, una volta che siamo riusciti a salire nella posizione con una respirazione adeguata, manteniamo sethuasana con l’aiuto delle mani sotto la zona lombare, percependo il movimento della respirazione sulla colonna vertebrale.
  • DHARMIKASANA (per favorire, fra l’altro, la consapevolezza dell’addome nella respirazione e l’allungamento della colonna)

Nella posizione (con le ginocchia divaricate), dovremmo percepire lo spazio dell’addome ampio e in movimento e come questo si possa riflettere anche sulla colonna. Nella fase di rientro, comminando indietro con le mani, cerchiamo di sentire come adesso il respiro porti una nuova linfa in questa zona del corpo.

ANAHATA KSHETRAM (al centro del petto e fra le scapole)

  • MARYCHIASANA (per favorire la mobilità della gabbia toracica e la consapevolezza del movimento respiratorio delle scapole e del dorso)

Nella fase statica (per esempio, nella variante con una gamba allungata) è importante la posizione delle braccia che allargano la zona posteriore della schiena, nel dorso: lì dovremmo portare la nostra attenzione, osservando il movimento respiratorio del torace.

VRITTI ARDHA BHUJANGASANA (per distendere la colonna, sciogliere le anche e le spalle, percepire la mobilità respiratoria del torace)

  1. Nella prima variante, l’inspirazione, aprendo il torace, porta il braccio in apertura. Nell’espirazione, avremo cura di non lasciare questa sensazione, riportando la mano a terra.
  1. Nella seconda variante (in cui le mani si intrecciano dietro la schiena) cerchiamo di focalizzare la nostra attenzione sempre sul torace che si apre naturalmente.

Quando lasceremo la posizione, sedendoci in Vajrasana, andremo a sentire come tutta l’area anteriore e posteriore del torace si sia rivitalizzata e come il respiro vi fluisca naturalmente e profondamente.

Le flessioni in avanti

di Dania Bicchierai

Una gestualità naturale

I movimenti che compiamo nella vita quotidiana si realizzano quasi esclusivamente in avanti; proprio per questo motivo è estremamente importante utilizzare uno schema corretto di questo tipo di mobilità. Quando ci spostiamo, nel camminare o correre, o muoviamo le mani per afferrare un oggetto, lo facciamo prevalentemente nello spazio davanti al corpo.

La flessione in avanti, inoltre, corrisponde ad una forma estremamente naturale per il corpo, in quanto costituisce la posizione mantenuta dal feto durante tutta la permanenza nel grembo materno. È anche la posizione che assumiamo naturalmente addormentandoci da seduti, quando il corpo si ripiega spontaneamente su sé stesso.

Aspetti fisici:

Sinergia delle catene

Nella nostra gestualità vengono attivate tutte le catene posturali, ma in ogni specifico atteggiamento una di esse risulta maggiormente coinvolta. Spesso la catena anteriore e quella posteriore vengono considerate “antagoniste”; in realtà la scioltezza del movimento deriva proprio dalla loro azione sinergica. Le due catene devono funzionare in perfetta complementarietà, cosicché all’attivazione di una corrisponda un rilasciamento dell’altra.

Nello specifico, le flessioni in avanti si realizzano attraverso un’attivazione della struttura anteriore, contestualmente al rilasciamento di quella posteriore. Flettendosi in avanti la struttura posteriore, ordinariamente utilizzata per raddrizzarci e mantenere la verticalità, dev’essere in grado di rilasciarsi per agevolare il piegamento.

Nel mantenimento dell’asana è opportuno focalizzare l’attenzione soprattutto sul nostro spazio anteriore, che viene attivato per potenziare il senso dell’appoggio e della chiusura che caratterizzano i piegamenti in avanti.

Uso di anche e bacino

Per non sovraccaricare la colonna vertebrale è fondamentale realizzare i piegamenti in avanti a partire dalle anche e dal bacino. Le anche costituiscono infatti il perno che collega il tronco alle gambe, articolando il femore sul bacino. L’allungamento posteriore deve sempre essere realizzato a partire dalla anche, in modo da evitare che si manifesti la retropulsione delle ginocchia; è importante, quindi, fare attenzione a preservare la naturale lordosi delle gambe.

Uso dei piedi

La mobilità delle anche, a sua volta, è favorita da un corretto utilizzo di piedi e caviglie. In particolare, un fulcro fondamentale per l’allungamento posteriore è costituito proprio dallo scivolamento in avanti dei talloni (da non confondersi col portare i piedi a martello, che provoca invece un raccorciamento).

Il respiro sulla colonna

Se non riesce a respirare, la colonna può essere rigida e “paralizzata” anche se esteriormente appare molto flessa. La vera scioltezza è data dalla capacità di preservare la corretta vitalità della spina dorsale, grazie al realizzarsi del suo naturale ondeggiare dato dal respiro in qualunque posizione ci si trovi.

I dischi intervertebrali sono alimentati per osmosi dalla circolazione linfatica grazie al movimento del diaframma, che con l’inspiro determina una decompressione e un allungamento della colonna, e con l’espiro la riporta in una posizione neutra, che corrisponde ad una lieve naturale compressione dei dischi. Questo meccanismo di pompaggio consente il metabolismo del disco, determinato dall’azione ritmata di assorbimento ed eliminazione, promuovendo la salute dei dischi e la vitalità della colonna.

Proponiamo asana in avanti non per arrivare a piegarsi sempre di più, ma per imparare a far respirare la colonna in posizioni sempre più complesse (per es. Halasana).

Aspetto respiratorio:

Nelle flessioni in avanti la fase respiratoria fondamentale è l’espiro.

L’attivazione e la contrazione dello spazio anteriore del corpo (per esempio in Pashimottanasana) ci permette di arrotolarci maggiormente in avanti, attivando ulteriormente la chiusura ed evidenziando l’aspetto “terra” della posizione. Inoltre, l’espirazione è naturalmente favorita dalla Gravità, cosicché basta abbandonarvisi perché possa avvenire spontaneamente, senza alcuno sforzo. Nello Yoga, rispetto al modo di respirare ordinario, l’espiro viene reso attivo e potente, in modo che venga concentrata al centro dell’addome la forza che poi scaturirà in un inspiro ampio e nutriente.

Aspetti psichici:

Mettere il corpo in una determinata forma ha anche ben precisi effetti interiori: non si tratta, dunque, soltanto di flettere il corpo, ma di indurre una specifica dimensione psichica. A livello mentale, anche inconscio, “andare avanti” ha un’accezione positiva, correlata con l’assecondare il flusso della vita ed esserne parte.

La gravità e l’elemento Terra

Le posizioni in avanti potenziano il nostro senso dell’appoggio e la capacità di relazionarci con la Terra, con tutto il suo significato simbolico. Le posizioni di flessione, infatti, portano tendenzialmente verso terra, mentre se dobbiamo metterci in azione è necessario svincolarsi dalla gravità per poter vivere la verticalità. Viene attivato un tipo di Prana che corrisponde al soddisfacimento di alcuni bisogni fondamentali legati alla sopravvivenza: il nutrimento, il sentirsi accolti e sostenuti, la capacità di abbandonarsi per poter dormire e rigenerarsi. Questi elementi sono imprescindibili per accumulare il potenziale che ci possa permettere poi, eventualmente, di attivarci e svincolarci dalla Gravità e dalla Natura, come avviene ad esempio nelle flessioni indietro.

Chiusura e interiorizzazione

Le posizioni di flessione in avanti vengono associate alla chiusura: la forma che diamo al corpo corrisponde ad un ben preciso atteggiamento interiore, che in questo caso sarà di interiorizzazione. Ripiegarsi e avvolgersi su sé stessi porta a rientrare nel proprio spazio, dove ci possiamo sentire al sicuro, in un atteggiamento di riflessione e raccoglimento.

Rilasciamento

Le posizioni in avanti generano un tipo di prana che nella vita ordinaria corrisponde a quello necessario per abbandonarci e lasciarci andare. Se non siamo in grado di abbandonarci non possiamo dormire, e il sonno rappresenta uno dei nutrimenti fondamentali per la vita. Nel quotidiano, dunque, questa tipologia di prana corrisponde ad atteggiamento di tipo passivo, che nello Yoga diventa una forma attiva di rilasciamento, in cui la mente non abbandona il corpo, ma resta vigile.

INDIVIDUAZIONE E CAPACITA’ DI STARE DA SOLI NONOSTANTE LA MASSA

di Paola Cosolo Marangon

La necessità di individuazione è una necessità naturale; infatti la inibizione dell’individuazione da parte di un preponderante o esclusivo adeguamento ai principi della collettività significa una compromissione dell’attività vitale individuale “

C.G.Jung, Tipi psicologici, Newton Compton editori, Roma, 1993, pag361

Jung pone una questione essenziale nella maturazione della consapevolezza di sé, c’è una necessità di individuazione che risulta sempre più difficile anche se assolutamente necessaria. Non essere consapevoli di un proprio sé, non sapere stare dentro la propria pelle e la propria storia, spesso cercando di fuggire per aderire a mondi diversi e “altri”, è una componente sociale e umana ricorrente negli ultimi anni.

Come ci sollecita lo psicanalista, però, questa individuazione è fondamentale e il percorso, la pratica yoga, può aiutare a raggiungere questo stato i consapevolezza del sé.

PINO O ABETE?

La metafora che ci è stata proposta del pino, come albero che sa bastare a se stesso, fa il suo effetto: si tratta di un albero imponente che tende verso il cielo e non ha paura della solitudine. L’edera non lo attacca perché i suoi aghi sono acidi e il terreno attorno diventa impossibile per la vita di qualsiasi altra pianta.

A dirla tutta io amo di più gli abeti, che tutto sommato sanno stare da soli e non vengono infestati, ma che sono anche più capaci di stare in gruppo, di condividere uno spazio, intrecciando le loro radici per sostenersi a vicenda. L’abete è più comunitario, il pino un po’ più narcisista. E poi gli abeti appartengono a tradizioni nordiche più affini al mio essere. Ma questa è un’altra storia.

Alberi e preferenze a parte, l’archetipo del pino richiama 3 punti fondamentali del saper/poter costruire il proprio posto nel mondo.

Nel momento in cui si riesce a trovare il proprio radicamento, il fulcro del proprio essere e la capacità di scegliere/orientare i propri pensieri, penso si possa dire di essere molto vicini alla realizzazione di un obiettivo fondamentale: essere sé stessi.

CONSAPEVOLI DEL PROPRIO STARE AL MONDO

Essere sé stessi, consapevoli del proprio saper stare al mondo, senza cedere all’impulso di seguire la marea come un gruppo di pesciolini trascinati dalla corrente, è una bella sfida.

Il respiro ci rende consapevoli di un corpo che trova il suo radicamento, per essere sempre presenti nel qui e ora, capaci di affrontare tutto ciò che la vita ci pone davanti.

La Shakti è quella potenza/forza che rende capaci di stare nella vita a testa alta, sapendo gestire la propria emotività, senza paura di incappare in percorsi tortuosi.

Nella pratica, dovremmo indirizzarci verso la possibilità di trovare 3 punti base su cui orientare la mente per attivare il prana. Come abbiamo visto nella proposta legata al pino, orientare il respiro e l’intenzione dell’asana verso la base, con il radicamento del bacino, con l’appoggio fondante a terra, è un punto di partenza che non deve appartenere solo al tempo che spendiamo nel tappetino.

Se riesco a considerare sempre il mio radicamento, la mia appartenenza alla terra che mi sostiene, e sulla quale so di poter contare, difficilmente avverrà un’individuazione certa: è necessario, piuttosto, un processo conscio di differenziazione, è necessaria appunto l’individuazione.

Il sostegno della terra è la prima parte per questo percorso che può farci dire “io ci sono, sono forte, credo in me stessa”.

Il secondo punto saliente è la creazione del kanda dell’addome: anche qui abbiamo la necessità di sentire che c’è un vuoto e un pieno, un fulcro centrale che ha la facoltà di farci sentire centrati. Riconoscere il centro del proprio essere è sapere di poter stare dentro un equilibrio che non è virtuale ma reale: protagonista è il respiro portato giù fino al perineo e poi fatto concentrare all’interno dell’addome, dove si riscontra un calore che nasce da dentro, fornisce forza e potenza. Una forma di Shakti che va a confermare un radicamento e un desiderio di sostenere un IO in maniera profonda.

L’ ultimo passaggio è salire per confermare la capacità di stare dentro un mondo dei pensieri, espandere il torace, perfezionare l’apertura del costato e consentire al corpo di rispondere alla possibilità di ampliare i propri orizzonti.

TRE SPAZI VUOTI

A quel punto la proposta della pratica è generare tre spazi vuoti. Senza il pieno non si può assaporare e concepire il vuoto. Senza essere passati per la consapevolezza di un pieno non si può creare il vuoto.

Dopo aver sperimentato il pieno arriva il momento per una consapevolezza mentale, una centratura che si allinea fino a ritrovare, grazie all’archetipo del pino, il sottile significato di un asse. Tale asse aiuta a stare dentro una sintonia globale, a sviluppare Merudanda, in cui riconosciamo la saldezza e la profondità, la centratura e la sicurezza. L’archetipo del pino, nella pratica dello yoga, può condurre a percepirci individui, riconoscendoci diversi ma connessi con i propri bisogni e con la propria umanità; questa pratica dà la capacità di nutrire psichicamente la vita stessa, sentendoci parte di un Tutto che trova il suo significato nel riconoscimento della Pace e dell’armonia.

Il controllo della respirazione addominale

di Laura Roveri

Pranayama, alla scoperta della respirazione addominale

In questa seconda lezione di Pranayama abbiamo esplorato cosa significhi concretamente una respirazione addominale controllata.

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LO YOGA CHE RENDE LIBERI

di Paola Cosolo Marangon

Lo yogi diviene capace di regolare il prāna solamente nel momento in cui tutte le nādī, che normalmente sono piene di impurità, vengono purificate”.

(Svātmārāma, Hathapradīpikā, (Di Marzo Domenico, a cura di, Libreria editrice Psiche 2011, Seconda lezione, n. 5, )

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MULA BANDHA: PRESENZA DEL RESPIRO

di Annarita Manni

Fisiologia intrisa di metafisica: tutto è uno

Il Pranayama può essere praticato a diversi livelli. Questa pratica indiana antica e potente mi ricorda infatti le mastrioske russe: una bambola, che contiene un’altra bambola più piccola, che ne contiene un’altra ancora più piccola e così via, sino ad arrivare al cuore della matrioska, la più piccola (e la più preziosa). Ecco allora il primo strato del Pranayama: l’aspetto fisiologico. Il Pranayama è fortemente legato alla fisiologia del corpo: c’è un corpo fisico dove risiedono la vita e la mente.

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