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Hatha Vidya e il conflitto mente-corpo

Lug 8, 2016 | Hatha Vidya

di Martina Notari

Mente e corpo, il conflitto da risolvere

Mente e corpo: un eterno conflitto che entra nella pratica dello yoga a metterci alla prova. Il segreto? Non essere solo mente, non essere solo corpo, ma lasciare che l’una e l’altro assolvano ai loro compiti.

Un eterno conflitto

Il rapporto tra mente e corpo è un rapporto tra consapevolezza e coscienza.
La mente è la consapevolezza: individua.

Per capirsi, basta pensare ad un laser che illumina un punto preciso.
Il corpo è la coscienza: universalizza.

La consapevolezza è QUESTO, la coscienza è QUELLO.

Anche il Samkhya, che è la filosofia alla base dell’Ayurveda e dello Yoga, ci fa vedere la polarità di questo rapporto: la mente (Cidrupini nello yoga – Prakriti nell’Ayurveda) dovrebbe guardare il corpo e il corpo dovrebbe sentirsi guardato dalla mente.

La relazione è yin-yang: la mente influenza il corpo e il corpo influenza la mente; ora prevale l’una, ora l’altro, nessuno dei due domina totalmente, ma si fronteggiano in un eterno conflitto.

E’ proprio questa perenne competizione a non rendere semplice la pratica dello yoga.

Uno yoga consapevole determinerà una squilibrio verso la mente, facendoci perdere l’elemento della coscienza, uno yoga cosciente ci squilibrerà verso il corpo, facendoci perdere l’elemento della consapevolezza.

Lo yoga quindi dovrà riproporre un rapporto armonico tra le due polarità, mente e corpo. Non dobbiamo essere o tutta mente o tutto corpo: dobbiamo essere l’INTERAZIONE tra i due.

Indirizzare l’Hatha Yoga nel senso della Vidya, ovvero della conoscenza consapevole, di quella consapevolezza che ci permette l’osservazione con distacco dalla realtà e quindi la corretta partecipazione ad essa, diventa estremamente importante per capire che ognuno di noi è il campo di azione di mente e corpo.

In altre parole SIAMO UNA POLARITA’ IN AZIONE, ora mente, ora corpo, ora ascoltiamo l’una, ora ascoltiamo l’altra.

Prenderne coscienza ci libera dall’obbligo di interpretare l’uno e o l’altro ruolo e ci rende liberi.

Cosa avviene pratica

Ho provato ad osservare la competizione mente-corpo in alcune posizioni.
L’ho fatto ad esempio con la posizione dell’Albero, Vrikshasana.

Albero

Il primo impulso mentale che mi arriva è quello di realizzare al massimo del suo potenziale la posizione.

Secondo la mia mente quindi, devo portare la pianta del piede sull’alto dell’interno coscia, stendere le braccia verso l’alto, chiudere gli occhi, restare immobile.

Se decidessi di ascoltarla, senza prestare attenzione al corpo, cercherei di realizzare una posizione probabilmente perfetta, dritta, impeccabile.

Ma sarebbe yoga questo?
Sicuramente sarebbe una bella prova di resistenza ginnica, ma non yoga.

La posizione sarebbe forzata, non riuscirei a tenerla se non qualche secondo e sicuramente mi stancherebbe terribilmente.

Soprattutto non sarebbe la MIA posizione, non sarei IO.

Allora mi fermo e ascolto il mio corpo. Cosa mi dice?

Mi dice di alzare il piede piano, uno step alla volta, in modo che il piede che rimane a terra inizi a giocare col pavimento e trovi il suo equilibrio.

Mi dice che non importa che la pianta del piede arrivi fino all’alto dell’interno coscia, ma che devo trovare il mio limite e rispettarlo.

Mi insegna che non è importante neppure alzare le braccia verso l’alto.
Posso tenerle sui fianchi o davanti al petto, se in questo modo sento che la posizione non diventa forzata, scomoda e dolorosa.

E ascoltando il corpo ritrovo anche la mia mente, che non più preoccupata della perfezione, comincia a giocare con lui e si ingegna non più a tirarlo e forzarlo, ma a trovare insieme al corpo il modo per stare in equilibrio: si concentra sul bacino, trova il suo centro.

Il risultato è un albero assolutamente IMPERFETTO, con la pianta del piede bassa, con le mani davanti al petto, un pochino tremolante, ma è IL MIO ALBERO.

E soprattutto mentre sono nella posizione, SORRIDO.

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